Dalla Spagna arriva Buried-Sepolto. Il thriller a prova di respiro

Un uomo, un accendino, una matita e un cellulare. Lo spazio è quello claustrofobico e rettangolare di una bara, il tempo, novanta minuti per uscirne. Non è un crudele rompicapo per enigmisti provetti, è l'inizio di Buried-Sepolto, film diretto dal regista spagnolo Rodrigo Cortés che ha tenuto con il fiato sospeso pubblico e critica all'ultimo Sundance film festival.

 

I primi minuti scorrono su uno schermo buio, poi arriva il respiro affannoso di Paul (Ryan Reynolds) infine la fiamma debole dell'accendino illumina i pochi metri quadrati di spazio intorno a lui. Il cellulare ai suoi piedi è l'unico modo per comunicare col mondo sopra la sua testa, con la realtà di superficie a cui Paul si aggrappa con tutte le forze.

 

Capiamo in fretta perché Paul è in una cassa di legno a tre metri sotto terra, chi ce l'ha messo e chi potrebbe aiutarlo ad uscirne. Informazioni preziose astutamente dosate che mantengono alta la tensione e minano continuamente la certezza di un lieto fine. Senza orpelli formali o effetti speciali scivoliamo dentro la testa di Paul, ne avvertiamo l'angoscia mescolata all'umidità del suo sudore, insieme al caldo soffocante che toglie il respiro, alla sabbia che lacera la sua pelle.

 

La sfida è alta, degna del più lucido Hitchcock, quello, per intenderci, di Prigionieri dell'Oceano e Nodo alla gola, ma dimostra di reggerla mantenendo la promessa iniziale fatta allo spettatore. Neanche per un secondo infatti la telecamera varca lo spazio ristretto della cassa di legno dove Paul è sepolto ed è naturale, per chi guarda, condividerne la solitaria disperazione.

 

17 giorni di riprese, un budjet a prova di lungometraggio e un ingranaggio   perfettamente oliato hanno già fatto di questo film un piccolo capolavoro di ingegneria cinematografica. Segno che anche al cinema, la grandezza di una storia non coincide con lo spazio della storia. Non è questione di metri quadrati.

Fri, 22.10.2010 0

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15.01.2010

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